Ho i capelli sporchi stasera. Strano, non succede mai. Forse perché oggi mi sei mancata di più, ma in verità non c’è un solo giorno in cui non ti abbia pensata da quando sei partita per l’altrove.
E allora me ne accendo una.
Non ho mai avuto il vizio, perché mi hai insegnato che i vizi sono debolezze da potersi concedere, ma esagerare è concesso senza essere esagerati.
Penso alle sigarette che ti accendevi negli anni in cui eri senza famiglia, quando anche gli zampognari diventavano il ricordo di qualcosa che non avevi vissuto mai.
Nelle serate trascorse al bar ne fumavo tante, per inerzia, per ingannare il tempo nell’attesa di chi sarebbe venuto a cercare in un bicchiere qualcosa che aveva perso o che più semplicemente -come te- non aveva ancora conosciuto.
Sono cresciuta sentendo l’odore del fumo appena accennato, perché fuori e dentro casa eri sempre attenta a non ledere nessuno. Quanti inverni pieni della tua sagoma appena intravista, incantata da un luccichio che si gonfiava e poi diventava tenue. Il fuoco si accende e si spegne, come i sentimenti, ma quelli, in te, non si sono affievoliti mai.
A nessuno in casa oltre a te è mai piaciuto fumare, solo a me. Eppure detesto l’odore del fumo: resta appiccicato alla pelle, ai capelli, alle mani.
Vorrei aver acceso una sigaretta insieme a te molto prima, ma provavo imbarazzo. Eri severa e avevo paura di deluderti. Però quella cosa ci rendeva complici. Avrei potuto raccontarti delle persone che mi hanno fatto soffrire o di quelle che mi hanno resa felice, e invece no: di amore all’epoca non si parlava con la mamma.
Da grande, quando diverse di loro se n’erano già andate, fisicamente o mentalmente, e ci avevano lasciate sole, in alcune giornate di costiera eravamo rimaste IO e TE, e perciò mai veramente sole. Sono state occasioni poco numerose, in cui, finito di cenare in qualche trattoria in cui ci eravamo concesse una coccola, mi dicevi: “Ce la fumiamo una sigaretta, MANÙ?”. È una frase che ho sentito troppo poco, ma che per me diventava in un attimo l’essenza del nostro duo: quel qualcosa che non avevi fatto mai con nessuna di noi, solo con me.
E lo so che non è niente di rivoluzionario; che gli esploratori hanno allargato la Terra, che gli astronauti hanno allargato lo Spazio, che gli scienziati hanno allargato le menti, ma in questo tiro qua sul mio balcone, in una serata che sarebbe di primavera ma è invece freddissima – e ciononostante non si fuma in casa perché così ho sempre visto fare a te – beh, in questo tiro … io sto tirando dentro di me anche te.
Ti sto dicendo che sei sempre qua, nella luce di una scintilla che sfida il buio e non ne ha paura.
Nostalgia di fumo.
Fumalgia.
4 risposte su “Fumalgia”
E niente…..con questo racconto piango ancora di più!!!
Semplicemente perché mi sembra di vedervi, mi sembra di rivederla♥️
Mentre scrivevo ne sono riuscita a sentire la voce … Era da tanto che non la ascoltavo. Manca. Sempre. ❤️
Una nuvola di fumo, impalpabile ed avvolgente, prende forma e diventa un abbraccio, l’amorevole fantasma di un affetto perduto e presente.
Presente non solo nel ricordo ma in ciò che ti ha trasmesso, nelle abitudini, nei gesti spontanei, nella tua essenza.
Fumalgia. Da te ancora una volte poesia.
Grazie ancora una volta. Per il lettore mai distratto; per l’amico che scruta nelle pieghe del cuore. Ti voglio bene ❤️