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Fumalgia

Ho i capelli sporchi stasera. Strano, non succede mai. Forse perché oggi mi sei mancata di più, ma in verità non c’è un solo giorno in cui non ti abbia pensata da quando sei partita per l’altrove.
E allora me ne accendo una.
Non ho mai avuto il vizio, perché mi hai insegnato che i vizi sono debolezze da potersi concedere, ma esagerare è concesso senza essere esagerati.
Penso alle sigarette che ti accendevi negli anni in cui eri senza famiglia, quando anche gli zampognari diventavano il ricordo di qualcosa che non avevi vissuto mai.

Nelle serate trascorse al bar ne fumavo tante, per inerzia, per ingannare il tempo nell’attesa di chi sarebbe venuto a cercare in un bicchiere qualcosa che aveva perso o che più semplicemente -come te- non aveva ancora conosciuto.
Sono cresciuta sentendo l’odore del fumo appena accennato, perché fuori e dentro casa eri sempre attenta a non ledere nessuno. Quanti inverni pieni della tua sagoma appena intravista, incantata da un luccichio che si gonfiava e poi diventava tenue. Il fuoco si accende e si spegne, come i sentimenti, ma quelli, in te, non si sono affievoliti mai.

A nessuno in casa oltre a te è mai piaciuto fumare, solo a me. Eppure detesto l’odore del fumo: resta appiccicato alla pelle, ai capelli, alle mani.
Vorrei aver acceso una sigaretta insieme a te molto prima, ma provavo imbarazzo. Eri severa e avevo paura di deluderti. Però quella cosa ci rendeva complici. Avrei potuto raccontarti delle persone che mi hanno fatto soffrire o di quelle che mi hanno resa felice, e invece no: di amore all’epoca non si parlava con la mamma.

Da grande, quando diverse di loro se n’erano già andate, fisicamente o mentalmente, e ci avevano lasciate sole, in alcune giornate di costiera eravamo rimaste IO e TE, e perciò mai veramente sole. Sono state occasioni poco numerose, in cui, finito di cenare in qualche trattoria in cui ci eravamo concesse una coccola, mi dicevi: “Ce la fumiamo una sigaretta, MANÙ?”. È una frase che ho sentito troppo poco, ma che per me diventava in un attimo l’essenza del nostro duo: quel qualcosa che non avevi fatto mai con nessuna di noi, solo con me.

E lo so che non è niente di rivoluzionario; che gli esploratori hanno allargato la Terra, che gli astronauti hanno allargato lo Spazio, che gli scienziati hanno allargato le menti, ma in questo tiro qua sul mio balcone, in una serata che sarebbe di primavera ma è invece freddissima – e ciononostante non si fuma in casa perché così ho sempre visto fare a te – beh, in questo tiro … io sto tirando dentro di me anche te.
Ti sto dicendo che sei sempre qua, nella luce di una scintilla che sfida il buio e non ne ha paura.
Nostalgia di fumo.
Fumalgia.

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Il lupo cattivo

Ho incontrato il lupo cattivo.
Non sono in un bosco e non mi chiamo Cappuccetto Rosso, tuttavia quel mostro peloso è qui di fronte a me e mi osserva, come nelle favole, mostrando i denti aguzzi.
Ha provato ad azzannarmi i polsi e le caviglie, ma ho corso più di lui e sono in un angolo nascosta, aspettando che se ne vada.
Lo guardo di sottecchi: non è peloso e non ha la coda.

È nel viso gentile di chi diceva di amarmi e se n’è andato quando ho avuto bisogno di aiuto.
È negli occhi di mio padre quando viaggia verso terre infelici.
È nel sorriso di mia madre che in un giorno qualunque si è spento senza che potessi vederlo un’ultima volta.
È nel blister della medicina di cui ho buttato il bugiardino per non sapere cosa potrebbe succedermi. Ignorandolo, non mi succederà.
È nella voce di chi mi aveva promesso lealtà e mi ha tradito, perché leale non lo era mai stato.
È nella casa che brucia mentre la immagini al sicuro e non vedi l’ora di farvi ritorno.

È nei raggi del sole che tutt’a un tratto diventano troppo caldi e sei costretto ad indossare un cappello largo e a restare all’ombra.
È in qualcosa o qualcuno che vorresti amare a tutte le ore e invece puoi vedere solo in momenti prestabiliti.
È nella luce brillante di mezzogiorno a cui devi preferire il tramonto.
È il terremoto che sconvolge i tuoi piani e quindi stanotte non puoi dormire a casa.
È la sigaretta della buonanotte con la candela accesa per sorseggiare i ricordi, a cui dover dire addio.
È la corsa liberatoria che ai primi passi ti spezza il fiato.

E’ nell’amica delle elementari che se ne va, troppo presto.
È la sorella che dimentica i pannolini che le hai cambiato.
È la figlia che non mangia perché si sente soffocare ad ogni morso.
È il matrimonio che non ti rende più felice.
È l’onda che parte debole da lontano e ti arriva addosso come uno tsunami.
È il genitore che chiude gli occhi senza riconoscerti.

È il taglio di capelli corto quando hai sempre preferito quelli lunghi.

È il maglione a collo alto anche se vorresti indossare una camicetta.
È il posto di lavoro perso non per i demeriti, ma per una carrellata di numeri che conoscono solo la discesa.

Amare è una colpa, lupo?
Sentire è una colpa, lupo?
E se non lo è, perché mi vuoi uccidere, assalendomi?
Homo homini lupus est.
Io no, lupo. Io non sarò un lupo tra i lupi.

Sono uscita dal mio nascondiglio e sono di nuovo faccia a faccia col lupo cattivo.

Sono in un bosco, ma non mi chiamo Cappuccetto Rosso.
Non sono una bambina.
Io sono il cacciatore.
Siamo salvi.
Il lupo è morto.
L’ho ucciso io.

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Presente

La presenza nella vita degli altri è un affare complicato. Soprattutto di quelli autonomi, per niente allarmisti, che dicono sempre: “Va tutto bene”. Quelli che arrossiscono, farfugliando poche parole confuse quando gli chiedono di sé.

La presenza non si prende in appello. Non è un urlo dato a prima mattina in risposta a uno stimolo. È esserci senza un richiamo, così, spontaneamente, anche nell’assenza. È stare seduti su quella sedia, anche se non ci siamo.

La presenza è roba difficile nei tempi odierni. Corriamo, andiamo più veloce del vento, e a volte ci incrociamo senza neanche osservare il viso di chi ci è di fronte. Ha dormito? È preoccupato? Avrà ricevuto una notizia dolorosa? Che sono quelle macchie sul viso ? Le aveva l’ultima volta che l’ho visto?

E invece no. Stiamo pensando alla carne da ritirare; a quale figlio dover andare a prendere; al ritardo che ci allungherà i tempi di uscita dall’ufficio; allo studio del medico di base che chiuderà a breve.

La presenza oggi è un miracolo. A casa tutti bene, posso andare a dormire sereno, il tetto ha tenuto. C’è tempesta fuori, come potrei accorgermi anche di cosa succede agli altri? Hai visto mai il corridore di una maratona che si ferma a soccorrere una farfalla con un’ala spezzata? O nella finale degli ATP il tennista avvertire il cinguettio soffocato di un uccellino? Noooooooo, siamo atleti, non c’è tempo. Dobbiamo vincere. Siamo i campioni della sfida tra quattro mura; i detentori della felicità microcosmica; i pluripremiati che mai premieranno. Non abbiamo tempo pure per te.

E quando ci sorprenderai, indignandoti per la prima volta sul serio per la nostra assenza, ci affanneremo a rispondere: ” Io? E che ho fatto?”. Beh, lì c’è il vero significato della parola distanza.

Fare attenzione è un diktat. Con un pennarello indelebile scrivete sull’involucro della vostra persona: “Fragile, maneggiare con cura” e andatevene a spasso, esibendolo. Intorno a voi, soli, pochissimi.

Sono quelli giusti, gli unici per cui ne valga la pena.

Presente.

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Stress

Amo profondamente tutte le persone e le cose che fanno parte della mia vita: le ho scelte.


Amo la mia famiglia. Tutti quelli che ci sono e soprattutto quella che non c’è più: mi sta vicino sempre col pensiero e col cuore, qualsiasi cosa mi accada. Per me c’è ancora, la sento.


Amo i miei alunni, uno per uno. Qualcuno mette e ha messo a dura prova la mia pazienza e la mia perseveranza, ma – se ci penso bene – sono quelli che amo e ricordo di più.


Amo tutte le madri dei miei ragazzi. Mi pongono a confronto con la madre che non sono stata, con quella che avrei potuto essere e con quella che ogni giorno provo a diventare con la fantasia.


Amo le mie sorelle: la vita me ne ha regalate cinque. Ognuna di loro mi ricorda che il sangue, quello vero e quello “trasfuso”, non smette mai di scorrere: rosso, fosforescente, vivo, generoso e zampillante, anche senza ferite.

Amo il mio lavoro: mi ricorda che l’ho scelto perché mi consente di divenire uno strumento per migliorare la società. Non avrei avuto nessun significato come essere umano se ne avessi scelto un altro.


Amo gli uomini che ho avuto e che ho. Qualcuno la sorte me lo ha donato senza meritarlo e a qualcun altro sono stata donata senza che mi meritasse, eppure tutti mi hanno insegnato qualcosa, e non ce n’è stato nessuno nelle cui braccia, anche solo per un attimo, non mi sia sentita al sicuro.


Amo i miei reni, pure se non funzionano bene: mi ricordano quei puzzle che da bambina non riuscivo a finire. Prima o poi arrivava il guizzo e la figura prendeva forma: reale, concreta, armonica, come un organismo perfettamente funzionante.


Amo i miei amici: quelli a cui confido tutti i miei pensieri e quelli a cui ne racconto pochissimi, a volte senza parlare. All’improvviso, di nascosto, non richiesto, arriva un caffè, un file o un sorriso che vuol dire solo: ti voglio bene.


Amo lo sport e le persone che mi insegnano a praticarlo. Qualcuno di loro lo sa già, qualcun altro deve ancora scoprirlo. Tutti mi hanno lasciato un movimento, una voce o una canzone che, ripensati, mi trasmettono vitalità.

Ogni singola cosa nella vita di qualcuno di noi è fonte di stress.
A volte è sotterraneo, altre volte si manifesta; in ogni caso serve a ricordarci che avvertiamo le cose in maniera profonda, che le ascoltiamo in maniera profonda, che le viviamo in maniera profonda, e che se fossimo superficiali non piaceremmo alle persone che siamo voluti diventare, e forse neanche a quelle che ci amano.


Voglio amare perciò anche lo stress. È il mio sforzo, il mio modo di stare al mondo, il mio tentativo di fare tutto al massimo delle mie possibilità, la mia insaziabile ricerca di essere la versione migliore di me.
Se ci sono riuscita o ci riesco anche in minima parte, non devo augurarmi che se ne vada, non devo chiedergli di scivolare via, ma piuttosto di restarmi appiccicato come un’ombra: ne imparerò a colorare i contorni affinché non mi appaia mai vestito di nero.

Prima o poi anche lui mi sorriderà.

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Sono quello bravo

Sono quello bravo.

Quello che non ha niente da fare e lavora anche per te

perché tu sei troppo impegnato.

Sono quello bravo.

Quello che si rende disponibile quando non tocca a lui,

perché tra le tue mani ci sono le sorti dell’umanità.

Sono quello bravo.

Quello che aspetta in un angolo che trovi un momento per lui,

perché tu hai mille figli, mille coniugi, mille padri, mille madri a cui badare.

Sono quello bravo.

Quello che è figlio unico, single, senza problemi, senza prole,

insensibile ai mali del mondo e ciononostante sempre in prima fila a risolvere problemi, i suoi e quelli degli altri.

Sono quello bravo.

Quello che sulla carta lavora mezza giornata, quello che si aggiorna,

quello che ha problemi di salute ma li tiene per sé,

perché tu sei più stressato e più malato di lui.

Sono quello bravo.

Quello che passa sulle offese serpeggianti, quello che fa finta di non vedere, quello che si lascia apparentemente gabbare,

perché ci sei già tu a lamentarti al posto suo, e a scatenare polemiche per ogni inezia.

Sono quello bravo.

Quello con i nervi che riemergono in sembianze strane perché alle rotonde gli piace rispettare le regole di precedenza; 

tu invece le ignori: hai delle priorità più importanti di quelle dettate dal Codice della strada.

Sono quello bravo.

Quello che non sa dire di no,

mentre tu, piroettando, ti sottrai a qualsiasi affare non riguardi squisitamente il tuo microcosmo.

Sono quello bravo.

Quello che ti cede il posto alla cassa, abbozzando un sorriso.

Che sbadato, non hai notato la fila: hai un appuntamento improrogabile.

Sono quello bravo.

Quello che non si sa difendere, quello vulnerabile, quello senza corazza,

perché tu gli hai rubato la tuta mimetica, la pistola e finanche l’elmetto.

Sono quello bravo.

Quello che in silenzio cerca di esaudire anche i tuoi desideri, mentre tu sei impegnato a sventolare placidamente la tua bacchetta magica.

Sono quello bravo che si è stufato di essere quello bravo.

ANCHE SOLO PER UN GIORNO,

DIVENTA L’ALTRO.

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Intermittenze

Scompari e riappari.

Riappari e scompari.

Raccontami ancora una storia, la stessa di sempre che ogni volta sembra diversa.

Strizzami l’occhio in quella maniera che mi strizza anche il cuore.

Perdonami se non riesco a venirti a cercare in quegli anfratti troppo bui,

ma apprezzami tutte le volte che la spelonca si apre e sono lì fuori ad attenderti.

Dispensami consigli: ne ho ancora bisogno.

Non mi lasciare a secco di ramanzine: mi servono per capire che non sono grande abbastanza.

Abbi il coraggio che manca a me quando traballo.

Resisti alla vita quando si improvvisa schiaccianoci.

Mostrami il mondo animale, che nessuno lo conosce meglio di te.

E quello delle piante, che muoiono non appena scompari per andare non so dove.

Abbracciami quando penso che nessun uomo lo abbia mai fatto davvero bene.

E bevi, quando hai sete, alla fonte della famiglia, che tanto quella non si prosciuga mai.

Non trascurare il potere che hai sui tuoi cari, anche quando pensi di non averne più nessuno.

Raccomandami di non correre e di non fare imprudenze: me lo ricorderò quando non ne potrò più di stare al volante.

Dai luce fissa alle intermittenze.

Sii mio padre, perché non potrò mai stancarmi di avere bisogno di te.

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Crac

Alla voce crac nel vocabolario si legge: “di origine onomatopeica, riproduce e indica il rumore di qualcosa che si rompe, che cade improvvisamente”. Ci sono poi numerosi esempi, desunti da immagini quotidiane, concrete e figurate, ma niente che si riferisca ai sentimenti. Strano. Sarebbe assai pertinente invece.

Quanti di noi sono in grado di riconoscere il suono di un crac nella propria vita? È nitido o bisogna usare uno stetoscopio?

Quando il cuore fa crac fingiamo spesso di non averlo avvertito. Ci mettiamo in piedi in allerta, come tutti abbiamo imparato a fare in tempi di frequenti scosse sismiche, e restiamo così per qualche secondo.

“Tanto poi passa” e tutto torna alla normalità. Tua moglie ti chiama per qualche incombenza; la tua migliore amica ha preso i biglietti del cinema per vedere quel film che avete desiderato tanto; tuo figlio ti aspetta in piscina per ritornare a casa dopo gli allenamenti.

Non c’è tempo per i crac, le valigie sono già dinanzi alla porta. Se ne parla la prossima volta. Forse.

Un crac ignorato è la genesi di un altro crac. Ci alziamo in piedi, restiamo vigili per qualche secondo e poi ritorniamo alla routine: la vita scorre… uguale a ieri e anche a domani.

Fin quando un giorno i crac non li avvertiamo neanche più: sdoganiamo l’impensabile, mastichiamo cicoria cruda come se fosse una zigulì, e facciamo dei nostri desideri un cumulo di macerie, che tanto la polvere va via con un semplice canovaccio.

E la aspettiamo, questa grandinata impetuosa che strazia il più bello dei giardini; un po’ di attesa, se ne va e tutto rifiorisce.

Sarebbe opportuno prendere delle decisioni quando captiamo i crac; provare a rimescolare le carte ad esempio, non sia mai che il settebello capiti proprio a noi e ci indirizzi verso il sole, tanto la pioggia prima o poi arriva comunque per tutti.

Sarebbe necessario scrivere di getto quando percepiamo i crac, come ci consiglia il terapista dopo un sogno arrivato nel cuore della notte che altrimenti non ricorderemmo mai: “Alzati, impugna la penna, scrivi, memorizza, rileggi”.

Nella descrizione dettagliata dei nostri crac ci sarebbero tutte le motivazioni necessarie a cambiare rotta in tempo, prima che giunga il terremoto vero e proprio. Dopo quello – si sa – è tutto più complicato.

Però noi non abbiamo riletto: “È tempo perso!”, “Va bene così!”.

O forse non abbiamo mai scritto: “Ma che sono queste cose da sentimentali?”, “Non mi piace leggere, figurati scrivere!”.

E poi ci sei TU che magari stai leggendo, e che i crac li hai descritti tutti alla perfezione, li conosci a memoria e li hai addirittura riletti più volte, però sei dannatamente ostinato nel tuo ottimismo: “Le cose si sistemeranno, la casa ha fondamenta solide, cosa vuoi che sia una trascurabile crepa nel muro?”.

E quindi una mattina che ti sei sbarbato fischiettando, le scarpe nuove ai piedi, e quel profumo che ti piace tanto, senti un crac fortissimo: l’intonaco si stacca e il cuore diventa bianco… ma come? Non lo disegnano tutti rosso fuoco?

La casa è crollata.

Ah? Come dici tu che ridacchi nell’ultima fila là in fondo? Da te è tutto ancora in piedi? Devo dirti una cosa importante, non farmi urlare, accostati, tendi un orecchio, ecco così… ora stai in silenzio, ascolta…

CRAC!

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Banconat

Non saprei dire se a Natale siamo tutti più allegri o più tristi.

Quando torno viva per miracolo dall’aperitivo del 24 con i miei amici penso che sia giusta la prima asserzione, poi vedo il posto vuoto di mia madre a tavola e cambio subito idea.

Natale è il giorno in cui tutti pensiamo di morire l’indomani e allora osiamo: mangiamo, beviamo, ridiamo, scherziamo, pratichiamo il buonumore a tuttotondo.

Alcuni di noi ci provano spesso, NON SOLO a Natale.
Molti di noi ci provano SOLO a Natale.
Pochissimi di noi non ci provano NEANCHE a Natale.

È il giorno in cui rimpinguiamo gratis i bicchieri dei clienti, anche se non provengono dal nostro bar: l’allegria ci fa diventare euforici.
Quello in cui diamo confidenza agli sconosciuti: ci sentiamo in armonia con il creato.
È il giorno in cui diciamo ti amo alle persone che amiamo, per paura di perderle senza averglielo detto.
Quello in cui chi ha desiderio di noi ci bacia con delicatezza o ci stritola tra le braccia, perché si scopre d’improvviso in astinenza di affetto.
È il giorno in cui chi ha perso qualcuno guarda insistentemente il cielo, sperando che gliene rimandi l’immagine ancora una volta.

Il Natale è una sorta di bancomat.


Bisognerebbe diffonderne vari punti di prelievo per le città. Individuarli e andare con una tessera invisibile a fare il pieno quando ci rendiamo conto di essere a secco di amore verso il prossimo. Non solo per l’amico di sempre che vediamo troppo poco, ma anche per il gigante nero con la faccia di John Coffey che lava i vetri al semaforo di Poggioreale. Dovremmo calare il finestrino, guardare il suo sorriso splendente e dirgli che i suoi denti saranno sempre più bianchi dei nostri; che non merita quel “miglio verde” che gli è capitato in sorte. Anche se siamo allo stesso incrocio da venti minuti a causa del traffico, dovremmo tendere la mano e dargli quel cinque. E sì, allungargli anche una moneta, perché siamo appena stati al Banconat, è il 13 marzo, e non siamo carichi di denaro ma di umiltà: sappiamo benissimo che solo la Fortuna ha fatto in modo che seduto nella nostra auto non ci sia lui. 

Dovremmo salvarli tra i preferiti di Google maps i Banconat e dirigerci verso di loro quando la vita ci distrae e ci fa credere che la sola cosa verde da coltivare sia il nostro giardino. Sarebbe un buon inizio per provare a non far marcire tutto quello che c’è al di fuori.

Buon Banconat a tutti ❤️

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Ode alla Cortellesi

A parlar male delle donne son bravi tutti, comprese noi stesse.

A parlarne come hai fatto tu, nessuno mai.

Si traballa sulla sedia ad ogni colpo ricevuto dalla protagonista, lo sa ancor meglio chi nella vita ne ha ricevuto almeno uno, e si sta lì a sperare in un inciampo, in una morte improvvisa del suo aguzzino. Gli si vuole male e si spera di non incontrare mai un uomo così, perché nel mondo ce ne sono, eccome se ce ne sono.

Fa rabbia quella che appare nelle vesti della rassegnazione e invece è solo frutto di una mentalità perpetrata per secoli.

Ci si vorrebbe reincarnare in uno dei figli e non lasciare mai quelle stanze. Stare fissi lì e diventare barriera a proteggere ciò che di più puro non c’è.

Sono tanti i giudizi traboccanti di stima che mi hanno raggiunta prima di assistere alla visione del film. Nessuno ne rappresenta appieno la totalità della bellezza, e certo non lo farà il mio.

La verità? Era davvero impresa ardua rappresentare in maniera originale un tema così battuto, e invece tu ci sei riuscita.

La violenza diventa ballo.

La sottomissione diventa azione quando si palesa la possibilità che colpisca chi di più caro abbiamo al mondo, e non siamo noi stessi.

L’amore filiale elevato al massimo esponente.

L’amore verso la madre perlopiù nascosto e poi improvvisamente manifesto, più potente che mai. Nei gesti e nella mimica, non nelle parole.

Ci si ritrova a sperare che questa donna scappi e corra nelle braccia di qualcuno, credendo erroneamente che un uomo possa sostituirne un altro e rappresentare la salvezza. Ma noi donne abbiamo dovuto imparare a salvarci da sole attraverso l’esercizio dei nostri diritti, attraverso la consapevolezza di quanto valgano. Gli uomini li hanno avuti in dotazione sin dalla nascita come beni primari; per noi sono stati lusso in una porzione di tempo che dopo il film mi sembra ancor di più tremendamente infinita.

Grazie, Paola.

Mi hai fatto pensare a Leonardo da Vinci.

Eclettica, versatile, dall’ingegno multiforme. Bella, brava, intelligente, spiritosa e diosolosa quante altre cose.

Se fossi vissuta nel Seicento, ti avrebbero dato della strega e saresti stata bruciata viva. Se fossi nata oggi nella parte “sbagliata” del globo saresti stata, alla meno peggio, censurata.

E invece noi siamo fortunati. Ti guardiamo sullo schermo e riflettiamo.

Grazie. Per essere diversa, bizzarra, estrosa, profonda, anticonformista e insieme profondamente realista. Hai lanciato nell’aria un potentissimo ma aggraziato grido che arriva, accompagnato da musiche quanto mai indovinate, esattamente dove deve arrivare.

Ad maiora. Ammesso che sia possibile.

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Meno santi da morti

I morti sono tutti santi. Ah, no: non è vero.

I santi sono ancora vivi. Ah, no: non è vero nemmeno questo.

E allora?

I santi e i morti vengono festeggiati insieme, e io non mi ero mai chiesta il perché. Vado allora a cercarne le motivazioni e trovo una serie di rimpalli tra feste pagane e cristiane che, a dire il vero, mi annoiano un po’. Provo quindi a costruire una spiegazione tutta mia, sulla scia di quello che ascolto in una mattinata uggiosa in cui mi sono alzata presto, anche se non devo andare a lavoro.

I santi non sono persone eccezionali. Non compiono miracoli, altrimenti non ci sarebbe speranza per questo mondo scellerato. Non hanno l’aureola e non sono quelli i cui ritratti sono appesi nelle chiese. I santi vivono tra di noi, e qualcuno è morto. Sono quelli che hanno poco tempo per sé e non lo passano a mugugnare per i torti subiti; sono quelli che hanno paura, tanta, e la scavalcano, stando attenti a non inciampare nello sgambetto di ritorno. I santi non hanno il cuore imbottito di oro, ma di fibre muscolari che pesano quanto pochi etti di un salume qualsiasi. Sanno che la perfezione non esiste e hanno tanti difetti che provano a modificare, senza mai dire: “Sono fatto così!”. Portano con sé ben nascosta una dose in più di pazienza, per quando incontreranno qualcuno che cercherà di fargliela perdere.

Spesso tendiamo a rendere i morti santi. Attribuiamo loro delle qualità che non avevano, ne riempiamo la vita di leggende e di episodi trasfigurati dalla nostalgia, è un processo naturale: ci mancano. Tentiamo di renderli migliori. Dal posto in cui si trovano, loro sorridono. Vorrebbero dire: “Ma io questa cosa non l’ho mai detta! Ma io questa cosa non l’ho mai fatta!” e noi non li ascoltiamo, abbiamo bisogno di ricordarli nel modo che desideriamo, intenti a santificarli; pensandoli buoni, li rendiamo buoni. Molti invece non lo sono mai stati. Alcuni avevano eccessi di ira, di disonestà, di rancore. Molti ci hanno deluso, tradito, sbeffeggiato. Se fossero vivi ne parleremmo male,  magari alle spalle, ma ai morti ci hanno insegnato a portare rispetto e quindi non si può essere sinceri, non sarebbe corretto quanto dire una bugia.

I santi sono quelli che di tempo per parlar male del prossimo non ne hanno. Non vengono bruciati vivi in piazza, ma inceneriscono ogni maldicenza nella fattibilità di un tempo destinato ad opere belle. Sudare, faticare in prima persona nel raccogliere le olive e poi gustare con la famiglia il proprio olio a tavola, è un’opera bella. Ripulire le strade dalla spazzatura, controllando che in terra non ci sia più una sola carta, è un’opera bella. Cercare un libro in biblioteca per qualcuno che ne necessita e trovarlo a tutti i costi, anche se non è stato archiviato bene e sarebbe più facile dire: “Non c’è più, mi spiace!”, è un’opera bella. Fermare l’auto all’improvviso per aiutare chi è appena caduto da una bicicletta, senza aspettare che lo faccia qualcun altro, è un’opera bella. Accontentare l’ultimo cliente di una giornata che ci ha riservato solo quintali di stress e non dirgli: “Spiacenti, abbiamo appena chiuso!” è un’opera bella. Ascoltare un amico che ha un turbamento, che ha paura, che si trova in bilico sul filo della vita senza essere un equilibrista, è un’opera bella.

Tutti noi siamo potenziali santi e siamo ancora vivi, possiamo diventarlo. Chi è morto sa bene in cuor suo se lo è stato oppure no, non gli serve la nostra trasfigurazione, meno che mai se ha vissuto conoscendo la differenza tra il tempo della vita e quello della morte. I più puri lasciano il loro esempio a guidare coloro che restano.

Occorrono meno santi da morti, non saranno loro a salvarci.

Prestiamo più attenzione ai santi da vivi, loro sì che possono insegnarci qualcosa.