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Personaghi

“Marco, perché non mi parli più di Marta? È da un po’ che non la vedo. Non credo che avesse realmente da fare sabato scorso, non sarebbe mai mancata alla festa a tema di Laura, l’avevamo organizzata in ogni dettaglio. Mi aveva detto che aveva comprato la parrucca di Marilyn e quel vestito bianco dalle linee morbide che ha fatto perdere la testa agli uomini di mezzo mondo! Non vedeva l’ora di indossarlo, avevamo anche concordato che avrei cercato nel bagno della festeggiata un phon per farle svolazzare le pieghe dopo un certo numero di spritz; impazziva al sol pensiero di come ti saresti ingelosito. Lei si sarebbe girata con quel sorriso disarmante e tu avresti allargato le braccia senza arrabbiarti, perché tanto la conosci come le tue tasche e sai che ne avrebbe mantenuti stretti i lembi; alla fine è timida, e poi ha occhi solo per t…

“Rita, finiscila!”.

Marco risponde infastidito e torna verso la cucina per versarsi un altro calice di Merlot.

“Finirla di fare cosa? Cos’è successo? Non mi dire che hai cestinato anche lei: è bellissima e poi è sempre allegra, non come quella mummia che frequentavi l’anno scorso! Senti, a me Marta fa tornare la voglia di viverla con slancio questa vita senza più trampolini. E poi, se non ne parli con me con chi lo farai? I tuoi amici affrontano con serietà solo gli argomenti pallone e lavoro, tu sei diverso, anche se ti sforzi di apparire come loro!”.

“Finirla di pensare sempre che conosci le persone meglio di chiunque altro, per esempio! A me piace il calcio! Certo, il lavoro è un argomento noioso, ma di cosa vuoi parlare alla nostra età: delle merendine ipocaloriche o delle ultime scarpe di Michael Jordan che vengono indossate per tutto, tranne che per volare sotto al canestro? Dai, Rita, e cresci una buona volta! Poi chi ti ha detto che sono diverso? Francesco Piccolo e la storia dell’animale che ci portiamo dentro deve averti deviata, leggi di meno! Oppure leggi Bukowski, D’Annunzio, Miller … Vedi tu, ma falla finita!”.

“Da quando l’amore è un argomento censurato, scusa? Venerdì abbiamo giocato a tabù tutta la sera e non mi pare che quando hai pescato la parola amore, tu abbia detto tra gli indizi: inesistente!”.

“Ma perché vuoi parlare sempre delle mie relazioni? Se tu fingi di aver trovato la quadra e di non desiderare nient’altro all’infuori della tua allegra famigliola, non significa che tutti necessariamente dobbiamo cercare questo!”.

“Di cosa stai parlando? Quando avevi intenzione di dirmi ciò che pensi della mia vita? Io starei dunque recitando una grande menzogna? E in quale teatro? Devo regalare qualche biglietto, almeno divento famosa!”.

“Te lo sto dicendo adesso. Sai bene che se Giulio non fosse scomparso all’improvviso, staresti ancora con due piedi in una scarpa. Hai scoperto poi dov’è fuggito pur di non sentirti dire ancora una volta che un giorno avresti mollato tutto per andare a vivere con lui? Povero illuso! Solo il bene che ti voglio mi ha impedito di dirgli quella sera che non lo avresti fatto mai. Sei stata fortunata che mi fossi fermato al quarto negroni, al quinto non avrei più retto quella sua faccia da cane bastonato!”.

Rita aveva avuto una storia extraconiugale con Giulio, un suo collega; si erano incontrati dieci anni prima durante degli scavi a Pylos, sulla costa sud-occidentale della Grecia.  Tra i reperti archeologici venuti alla luce avevano ritrovato un oggetto ovale lungo circa 4 centimetri e simile a una grossa perla, ma nessuno era riuscito a classificarlo. Mentre tutti lo avevano denigrato per dedicarsi agli altri reperti rinvenuti nel sepolcro di un antico guerriero vissuto nel XV secolo a.C., Giulio con un’intuizione geniale lo aveva ripulito e aveva riconosciuto le forme di un’antica pietra su cui si osservavano le scene di guerra descritte dal grande Omero. La pietra – scoprì – andava indossata al polso come un orologio e infatti nelle scene rappresentate il guerriero ne aveva uno simile. I due non avevano mai visto nulla di così raffinatamente inciso: i dettagli erano talmente precisi che immaginarono fossero stati realizzati attraverso una lente d’ingrandimento. Rita era estasiata, non riusciva a nascondere lo stupore e Giulio le strizzò l’occhio: avrebbe detto al direttore dei lavori che era stata un’intuizione di duplice genesi. La invitò dunque a pranzo, durante il quale non fecero altro che formulare ipotesi sulla natura di quelle incisioni. Rita arrivò a dire che l’artefice doveva essere miope per lavorare tanto bene da vicino, e quella giornata finì così: tra una supposizione, un’epigrafe, tanta polvere e litri di caffè.

Ciò che subentrò dopo tra di loro era qualcosa che non aveva forma, esattamente come quella pietra che avevano ritrovato. In un mese di scavi Rita aveva taciuto sul suo matrimonio, rimandando il discorso ogni giorno per un motivo diverso, e quando Giulio lo aveva scoperto era troppo tardi per divincolarsi: ormai erano permeati l’uno dell’altra. Una volta tornati a casa, in Salento, iniziarono due anni di sotterfugi e bugie rubate ai più svariati repertori. Giulio, allo stremo, aveva infine chiesto il trasferimento in Grecia, l’unico scenario dove riteneva che la bellezza classica potesse superare quella moderna e dolorosa della sua amante. Aveva preferito allontanarsi: stare vicino a lei gli causava troppo dolore, ma la separazione gliene procurava altrettanto; sperava in un angolo remoto del cuore di vederla comparire da un momento all’altro, con uno zaino scarno di vestiti e pieno di futuro.

Rita, dal canto suo, aveva semplicemente fatto finta di niente, e anche se il marito sbadigliava non appena iniziava a parlare dell’opus reticulatum, aveva spinto il ricordo di quella pietra in un angolo lontanissimo della mente e del cuore. Era codarda? Si chiedeva ripetutamente le mattine in cui non riusciva a scacciare quel pensiero assillante. Così ricominciò ad essere una perfetta moglie e diventò anche una perfetta madre, ma si trasformò in una mediocre archeologa, visto che aveva smesso di viaggiare e non aveva più tempo per scavare. Ma il ricordo genera solchi profondi come le depressioni oceaniche e anche se negli abissi non c’è vita, si resta inconsapevolmente in attesa di qualche onda che smuova la quiete.

“Ok, non ne vuoi parlare e getti montagne di sterco sulla mia vita, va bene. Apprezzo la sincerità, un po’ meno il tentativo scorretto di ricusare le domande tirando in ballo cose vecchie di un decennio, ma non accetterò la provocazione. Vado a casa: Luca domani ha il compito di greco, ho promesso di aiutarlo con Euripide, ne riparliamo quando avrai la luna meno storta!”.

“Non ci sarà quel giorno, Rita! Piuttosto leggi Schopenhauer se ti resta tempo stasera, tanto sei abituata a dormire poco. Nel dilemma del porcospino troverai la risposta al trasferimento di Giulio e alla mia fine della relazione con Mart…”

“Allora vi siete lasciati! Ma perché Marco, perché? Era perfetta per te!”.

“ESCII!!! ORAAAAA!”.

“Ok, ok. A domani”.

Rita uscì dall’appartamento di Marco e in due minuti arrivò al suo; abitavano a due isolati dello stesso parco, vivevano in simbiosi. Appena entrata in casa, organizzò mentalmente il da farsi; diede un bacio fugace ai ragazzi, lanciò una rapida occhiata alla versione originale di “Medea” da tradurre dopocena, svuotò l’asciugatrice e stava per ordinare le pizze quando raggiunse la cucina e … pouf! Come per magia, la tavola era già pronta e ai fornelli suo marito impiattava un gustosissimo risotto allo champagne.

“Giornata dura?”. Le chiese Alberto. “Hai una faccia!”.

“No, tesoro… scusami. Senti, ma tu ricordi la storia dei porcospini di Schopenhauer al liceo? La Pagano l’aveva spiegata?!”.

“Rita, quella capace a scuola e acculturata sei tu e quello bravo a cucinare sono io, ricordi? Non sconvolgere gli asset della coppia per favore, che mi destabilizzi; io dei ricci so solo quella battutaccia che circolava nei bagni dei maschi, figurati se associo quei topi con le spine ad un filosofo austriaco!”.

“Era tedesco! E comunque hai ragione, andiamo a cenare dai, che poi devo aiutare Luca a tradurre Euripide. Sembra che tu non abbia mai studiato il greco, porca miseria! Cosa facevi in classe, oltre a scolarti vodka ai frutti nascosto all’ultimo banco?”.

“Solo quello, amore. Solo quello”.

Rita, dopo aver assolto tutte le incombenze ancora pendenti, andò a letto alle due. Alberto russava e lei ne fu sollevata: era un po’ che non aveva voglia di fare l’amore e non le andava di fingere un malore anche quella sera. Si addormentò dopo aver digitato su Google: dilemma del porcospino di Schopenhau… ma non terminò neanche la frase che il telefono le cadde accanto: aveva il 16 percento di batteria e la mattina successiva lo trovò quasi scarico, ma non aveva tempo: doveva accompagnare i ragazzi a scuola.

Trascorse una settimana nella quale Rita evitò accuratamente di chiedere notizie di Marta all’amico. Marco sembrava sereno, e lei in fondo chi era per scuotere la superficie di un mare che si desidera calmo? Nessuno.

Fu solo dopo circa sei mesi che Rita incrociò Marta al supermercato. Erano entrambe in dubbio dinanzi alle zuppe surgelate – non sarà più sana se la cucino io? si chiedevano – quando si voltarono e si riconobbero. Dall’abbraccio istintivo al desiderio di condividere un aperitivo il passo fu brevissimo e si ritrovarono di comune accordo in uno di quei localini che affacciano sul mare, da cui in autunno sale una brezza sottile e odorosa.

“Non ti ho più vista. Alla festa di Laura ho aspettato che comparissi ogni momento. Avevo messo a soqquadro il bagno per trovare il phon ed ero pronta per lo sketch di cui avevamo a lungo parlato. Perché sei scomparsa?”.

“Dovresti chiederlo al tuo amico, non trovi?”.

“Sì, l’ho fatto, ma dice cose strane, ruba teorie filosofiche, cita il mondo animale, io non ci ho capito granché però tu mi piaci e volevo aiutarti. Sai che ho un grosso ascendente su di lui… se provassi a spiegarmi, saprei dove agire per provare a fargli cambiare idea!”.

“Rita, ma davvero sei così ingenua da pensare che tu possa intervenire con qualche risultato? Marco dà retta solo a sé stesso, non c’è spazio nella sua vita per i ripensamenti, sei stupida se credi diversamente. Quella sera mi ha chiamato mentre ero intenta a fissare la parrucca di Marylin e mi ha detto solo che preferiva non venissi. Tutto qua, senza ulteriori spiegazioni. Non ce n’era bisogno, erano giorni ormai che mi parlava in continuazione dei personaghi. No, non dei personaggi, sì, hai capito bene: dei personaghi! Come non li hai mai sentiti nominare, ma davvero? Strano, ero convinta ne avesse discusso con te, visto che la prima volta che li ha citati si riferiva alla tua storia con un certo Giulio. Va be’, vuol dire che dovrò cominciare dal principio.

I personaghi sono, a detta sua, dei personaggi ricoperti di aghi. Sono persone che, inizialmente da sole, cercano compagnia. Trovano, a gran fatica, qualcuno con cui sono in sintonia e iniziano a frequentarsi: vanno a cena fuori, chiacchierano al telefono a fine giornata e ogni tanto guardano il mare che si gonfia e si sgonfia a seconda delle stagioni. Una mattina si svegliano e iniziano purtroppo a comparire i primi aghi. Quando si baciano si urtano, provano dolore e sanguinano. Per reazione provano dunque ad allontanarsi, ma hanno un forte desiderio reciproco e si riavvicinano. Hanno ancora voglia di fare delle cose insieme: andare a un concerto, ad esempio, ma le spine sono sempre in agguato. Una volta, ad un candlelight per esempio, mi abbracciò, mi tenne stretta e mi diede un bacio leggerissimo e delicato sul collo (li adoro); poi si ritrasse d’improvviso con un gesto istintivo e collerico. Io chiesi spiegazioni con lo sguardo e lui indicò i miei orecchini, esclamando che ne sceglievo sempre di appuntiti e respingenti. Erano gli aghi che prendevano forma: stava iniziando la nostra metamorfosi.

Nei giorni successivi scomparve; io ero impegnata tra viaggi di lavoro e problemi vari di gestione familiare. Provai a chiamarlo ma rispondeva a monosillabi e allora preferii lasciar decantare  il suo malessere. Il sabato della settimana dopo mi invitò a cena. Disse che gli ero mancata e che aveva avuto un gran da fare, quindi non diedi importanza all’accaduto, però quella sera avvenne un altro episodio strano. Dopo aver preparato una cena a base di pesce e di candele sulle note di Erykah Badu, facemmo l’amore e mi chiese di restare a dormire da lui. Ci addormentammo avvolti in un plaid lilla che conoscerai bene – è sempre sul suo divano – e mi tenne stretta per ore. Diceva di avere freddo e che sentire il mio corpo avvinto al suo era in grado di acquietarne il tremolio, ma al mio risveglio non c’era più.

Lo trovai all’alba in salotto. Ancora una volta senza parlare, gli chiesi spiegazioni e lui mi rispose che non avevo tolto le forcine dai capelli e lo avevo punto. Erano gli aghi, li sentiva ancora, ma io non avevo nessuna forcina tra i capelli quella sera. È continuata così ancora per qualche settimana, fino alla festa di cui mi chiedi spiegazioni. Gli aghi si moltiplicavano di giorno in giorno. Iniziai a non indossare più orecchini né bracciali né collane; lasciavo i capelli sciolti e eliminavo da casa qualsiasi oggetto appuntito. Preferivo le forme morbide e coprivo qualsiasi spigolo come si fa nelle case in cui circolano bambini, ma non servì a nulla. La sera prima della festa andammo a una mostra di Salgado, il nostro fotografo preferito. Fu davanti ad una delle più belle immagini di “Amazonia” che, dopo avermi cinto la schiena con quelle braccia che ormai conoscevo a memoria, si ritrasse ancora una volta. Il pretesto fu una cintura che lui stesso mi aveva regalato e che aveva delle piccole borchie in superficie. Ero disorientata, ma avevo capito tutto.

Non l’ho mai più visto da allora.”

“Cosa avevi capito, Marta? A me sembra la storia di due psicopatici, hai consigliato a Marco un buon analista? Ho tanti numeri, sai che sono stata in terapia per anni, dovrebbe andarci anche lui. E pure tu, se mi posso permettere, che assecondi le follie di un finto sarto che non ha mai maneggiato un ago in vita sua!”.

“Marco aveva ragione sul tuo conto, Rita. Mi aveva assicurato che non avresti capito. I personaghi li inventiamo noi, mi pare fin troppo scontato che non esistano. Ci pungono anche se sono apparentemente innocui. Ci fanno del male, anche se stiamo bene con loro, anzi… quanto più stiamo bene con loro più ci fanno del male. Li allontaniamo per questo motivo: li riteniamo pericolosi. Ci attraggono come calamite, ma ne abbiamo paura. Temiamo il momento in cui si stancheranno di noi, e allora li ricopriamo di spilli per avere un pretesto per allontanarli. Una volta distanti però ci mancano e facciamo di tutto per rivederli, e in questo modo ci pungiamo ancora. Le ferite ci ricordano il motivo per cui ce ne siamo separati e quindi ci sentiamo costretti a guarire. Prendiamo la più grossa pietra nei dintorni e ve la posizioniamo sopra; in quel momento cessiamo di pensare alle minacce esterne, alle insicurezze, alle ferite. Sentiamo freddo, è vero, ma in fin dei conti basta comprare una coperta in più e il gioco è fatto. Sono scelte. Gli aghi pungono e nessuno vuole soffrire deliberatamente, capisci ora? Marco diceva che anche tu sei stata un personago per Giulio ”.

“No, non capisco. Continuo a ritenerla un’idiozia. Qual è il motivo per cui due persone che stanno bene insieme e potrebbero amarsi devono stare lontani? Non ha senso!”.

“Io non lo so se ha un senso, Rita. Rispetto semplicemente l’idea di Marco. Forse si sbagliava su te e Giulio: magari per lui era diverso, era stufo della situazione, non ti amava più ed era davvero giunto il momento di separarsi. Conosci tu la verità! Ora devo andare: Valentina mi aspetta, andiamo a vedere un film al cinema, anzi… se ti va di venire con no…”

“No, no. Mi ha fatto piacere vederti, un po’ meno sentire questa storia assurda, spero che tu sia davvero convinta di ciò che dici e non stia soffrendo, io starei malissimo al posto tuo”.

“Soffrire? E perché? Si soffre per le cose che tentiamo di modificare senza riuscirci, non per quelle che sono già scritte da secoli di filosofia. L’uomo non ha grande capacità di azione di fronte ai personaghi!”.

“Sarà…”.

Le due si congedano e Rita, alquanto perplessa, sceglie di tornare a piedi. Si è fatto tardi e tre chilometri sono tanti, ma non ha nessuna voglia di rincasare con la mente in stato d’assedio.

Lungo la strada, all’altezza del bar che vende i dolci più buoni del Salento, si ferma per una pausa. Si siede in un locale appartato ed estrae dalla borsa il portafogli: ha una tasca sul retro che non apre mai, “la tasca dei segreti”.  Dal biglietto piegato quattro volte si affaccia il numero di Giulio, associato al finto nome “orologiaio”.

Il telefono squilla due volte, tre… al quarto trillo quella voce mai dimenticata risponde: “RITA!!!! Sei tu?”.

“Giulio, ascolta… io ero ricoperta di aghi perciò sei andato via anni fa senza dirmi nulla? Ti prego, ho bisogno di sapere la verità!”.

“Schopenhauer, eh? Domani prendo il primo volo, devo parlarti, dovevamo farlo prima. Ti amo, non ho mai smesso di farlo.”    

A Vincenzo, che è un disastro nelle parole crociate, ma che in filosofia era mille volte più bravo di me.

Grazie.

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Pensieri

Fumalgia

Ho i capelli sporchi stasera. Strano, non succede mai. Forse perché oggi mi sei mancata di più, ma in verità non c’è un solo giorno in cui non ti abbia pensata da quando sei partita per l’altrove.
E allora me ne accendo una.
Non ho mai avuto il vizio, perché mi hai insegnato che i vizi sono debolezze da potersi concedere, ma esagerare è concesso senza essere esagerati.
Penso alle sigarette che ti accendevi negli anni in cui eri senza famiglia, quando anche gli zampognari diventavano il ricordo di qualcosa che non avevi vissuto mai.

Nelle serate trascorse al bar ne fumavo tante, per inerzia, per ingannare il tempo nell’attesa di chi sarebbe venuto a cercare in un bicchiere qualcosa che aveva perso o che più semplicemente -come te- non aveva ancora conosciuto.
Sono cresciuta sentendo l’odore del fumo appena accennato, perché fuori e dentro casa eri sempre attenta a non ledere nessuno. Quanti inverni pieni della tua sagoma appena intravista, incantata da un luccichio che si gonfiava e poi diventava tenue. Il fuoco si accende e si spegne, come i sentimenti, ma quelli, in te, non si sono affievoliti mai.

A nessuno in casa oltre a te è mai piaciuto fumare, solo a me. Eppure detesto l’odore del fumo: resta appiccicato alla pelle, ai capelli, alle mani.
Vorrei aver acceso una sigaretta insieme a te molto prima, ma provavo imbarazzo. Eri severa e avevo paura di deluderti. Però quella cosa ci rendeva complici. Avrei potuto raccontarti delle persone che mi hanno fatto soffrire o di quelle che mi hanno resa felice, e invece no: di amore all’epoca non si parlava con la mamma.

Da grande, quando diverse di loro se n’erano già andate, fisicamente o mentalmente, e ci avevano lasciate sole, in alcune giornate di costiera eravamo rimaste IO e TE, e perciò mai veramente sole. Sono state occasioni poco numerose, in cui, finito di cenare in qualche trattoria in cui ci eravamo concesse una coccola, mi dicevi: “Ce la fumiamo una sigaretta, MANÙ?”. È una frase che ho sentito troppo poco, ma che per me diventava in un attimo l’essenza del nostro duo: quel qualcosa che non avevi fatto mai con nessuna di noi, solo con me.

E lo so che non è niente di rivoluzionario; che gli esploratori hanno allargato la Terra, che gli astronauti hanno allargato lo Spazio, che gli scienziati hanno allargato le menti, ma in questo tiro qua sul mio balcone, in una serata che sarebbe di primavera ma è invece freddissima – e ciononostante non si fuma in casa perché così ho sempre visto fare a te – beh, in questo tiro … io sto tirando dentro di me anche te.
Ti sto dicendo che sei sempre qua, nella luce di una scintilla che sfida il buio e non ne ha paura.
Nostalgia di fumo.
Fumalgia.

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Racconti

La breccia

“Ma Gemma come fa a crescere se la mettono là dentro?”.
Mamma non mi risponde e io ci resto un po’ male, credevo che gli adulti avessero tutte le risposte, almeno i miei genitori, e invece …
Mia madre si gira di scatto dall’altra parte; dice che il vento le ha fatto entrare la polvere negli occhi, ma è una giornata di mezza primavera, il cielo è azzurro, non si muove una foglia. Mi starà mica mentendo? O forse semplicemente non sa tutto, come credevo io? E che male c’è a dirlo? Ai bambini non si dovrebbero dire le bugie, anche se qualcuno le chiama bianche, altrimenti come faranno nella vita a difendersi dal nero?

Questa bara che è appena passata è bianca, come il colore di certe bugie a fin di bene. La prof però qualche giorno fa ci ha spiegato gli ossimori; secondo me bugia a fin di bene è un ossimoro: le parole non andrebbero sprecate mai, hanno importanza, le persone ci credono. E tutte le persone che ricevono una bugia ricevono allo stesso tempo una ferita. Chi gliele guarirà poi?
“E allora, mamma! Perché invece di parlarmi ti giri dall’altra parte? Vuoi forse dirmi che Gemma non crescerà più?”.

Non ho capito bene cosa è successo alla mia amica, giovedì lavoravamo i tessuti nell’ora di tecnologia; era suonata la campanella e lei rideva felice mentre riponeva i suoi avanzi in una sorta di cassaforte di carta creata ad hoc. La prof le ha chiesto, scherzando, se non si fidava della sua capacità di custodirli, e tutti eravamo esplosi in una sonora risata. Gemma era così: perfezionista ma con leggerezza, come solo i bambini sanno essere.

Non ero mai stato a un funerale, e ho appena capito che spero di andare al prossimo tra millemila anni. C’è troppa tristezza qui, troppo mistero. Come faccio ad andarmi a riprendere Gemma se nessuno mi vuole dire dove la stanno portando? E poi fa caldissimo! Com’è possibile che i genitori non capiscano che ci vogliono i buchi lì sopra per farla respirare?

Domani è il mio compleanno. Non mi piace questo mese di aprile, ha portato sfortuna. E poi non so bene cosa devo fare. Se festeggio, Gemma potrebbe credere che sono felice e che mi sono già dimenticato di lei, ma se non festeggio come farò a sapere se decide di tornare qui all’ultimo momento, magari per la torta? Mi aiuterà a spegnere le candeline, come fa da quando avevamo cinque anni e soffierà al posto mio che sono “Fiatocorto”, proprio come mi chiamava lei.

Ci sono anche i prof e ho visto qualcuno di loro in lacrime, anche quelli che ci raccomandano sempre di non piangere per le sciocchezze; non me la contano giusta, mi sa che allora questa è una cosa seria, altrimenti mi hanno mentito anche loro!
Sono un po’ confuso e saltello a destra e sinistra; ho sentito la prof di italiano dire a mamma che il tempo guarisce tutte le ferite, e allora non poteva pensarci lui a guarire Gemma l’altra sera, quando non si è sentita bene? Che gli costava? Aveva qualcosa di meglio da fare?

Papà mi chiama e mi dice di camminare verso la macchina, andiamo al cimitero. Io non ne ho mai visto uno, ma so che ci sono tanti fiori e rubo di nascosto una rosa bianca per Gemma: troverò un modo per infilarla là dentro, anche se non ci sono buchi.
Abbiamo percorso tanta strada e siamo giunti su una collina. Sento l’odore del mare ma non lo vedo, e insieme un odore fortissimo di pace: non credevo profumasse come i fiori.
“Gemma, possiamo fare qui la mia festa, che ne dici?”.
Sgattaiolo verso di lei mentre sono tutti stretti in un multiabbraccio che non credevo potesse fisicamente esistere, e inizio a cercare una fessura dove infilare la mia rosa.
Sulla parte posteriore c’è una breccia minuscola, ma Gemma era piccola, sarà uscita sicuramente da lì, ecco perché i suoi genitori non avevano previsto i buchi, ha fatto prima di quello che pensassi!

Felice, corro a dire a mamma che possiamo tornarcene a casa a cominciare i preparativi per la festa; lei mi guarda perplessa e poi mi fa un grattino sulla testa. Io la assecondo perché tanto oggi ho scoperto che anche lei dice le bugie, e poi le faccio segno che mi avvio in macchina.
Una volta lì, inizio a mangiarmi le unghie e a contare le lettere delle parole per distrarmi; io gli adulti non li capisco proprio: perdono tempo a cercare le persone e le cose sempre nei posti sbagliati, quelli in cui sicuramente non le troveranno.
Lo volete capire sì o no che Gemma è tornata a casa da sola e ci sta aspettando? Muovetevi, maledizione!
VOI DITE LE BUGIE, NOI BAMBINI NO!

A quei bambini che incontrano la morte: non esiste dolore maggiore. Tutti noi adulti, se potessimo, prenderemmo volentieri il vostro posto.

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Pensieri

Il lupo cattivo

Ho incontrato il lupo cattivo.
Non sono in un bosco e non mi chiamo Cappuccetto Rosso, tuttavia quel mostro peloso è qui di fronte a me e mi osserva, come nelle favole, mostrando i denti aguzzi.
Ha provato ad azzannarmi i polsi e le caviglie, ma ho corso più di lui e sono in un angolo nascosta, aspettando che se ne vada.
Lo guardo di sottecchi: non è peloso e non ha la coda.

È nel viso gentile di chi diceva di amarmi e se n’è andato quando ho avuto bisogno di aiuto.
È negli occhi di mio padre quando viaggia verso terre infelici.
È nel sorriso di mia madre che in un giorno qualunque si è spento senza che potessi vederlo un’ultima volta.
È nel blister della medicina di cui ho buttato il bugiardino per non sapere cosa potrebbe succedermi. Ignorandolo, non mi succederà.
È nella voce di chi mi aveva promesso lealtà e mi ha tradito, perché leale non lo era mai stato.
È nella casa che brucia mentre la immagini al sicuro e non vedi l’ora di farvi ritorno.

È nei raggi del sole che tutt’a un tratto diventano troppo caldi e sei costretto ad indossare un cappello largo e a restare all’ombra.
È in qualcosa o qualcuno che vorresti amare a tutte le ore e invece puoi vedere solo in momenti prestabiliti.
È nella luce brillante di mezzogiorno a cui devi preferire il tramonto.
È il terremoto che sconvolge i tuoi piani e quindi stanotte non puoi dormire a casa.
È la sigaretta della buonanotte con la candela accesa per sorseggiare i ricordi, a cui dover dire addio.
È la corsa liberatoria che ai primi passi ti spezza il fiato.

E’ nell’amica delle elementari che se ne va, troppo presto.
È la sorella che dimentica i pannolini che le hai cambiato.
È la figlia che non mangia perché si sente soffocare ad ogni morso.
È il matrimonio che non ti rende più felice.
È l’onda che parte debole da lontano e ti arriva addosso come uno tsunami.
È il genitore che chiude gli occhi senza riconoscerti.

È il taglio di capelli corto quando hai sempre preferito quelli lunghi.

È il maglione a collo alto anche se vorresti indossare una camicetta.
È il posto di lavoro perso non per i demeriti, ma per una carrellata di numeri che conoscono solo la discesa.

Amare è una colpa, lupo?
Sentire è una colpa, lupo?
E se non lo è, perché mi vuoi uccidere, assalendomi?
Homo homini lupus est.
Io no, lupo. Io non sarò un lupo tra i lupi.

Sono uscita dal mio nascondiglio e sono di nuovo faccia a faccia col lupo cattivo.

Sono in un bosco, ma non mi chiamo Cappuccetto Rosso.
Non sono una bambina.
Io sono il cacciatore.
Siamo salvi.
Il lupo è morto.
L’ho ucciso io.

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Poesie

Lode al coraggio

Lode a chi ha il cuore di affrontare le turbolenze e restare saldo, senza indossare cinture di sicurezza.

Lode a chi rischia sulla propria pelle la via di una guarigione che non arriva scientificamente quasi mai.

Lode a chi tra mille ostacoli si solleva
e cammina senza sbandare
sui carboni ardenti.

Lode a chi cerca un angolo remoto per le proprie lacrime:
la polvere le proteggerà.

Lode a chi affronta la verità
per portare avanti un pensiero,
un ideale, una battaglia, un amore.

Lode a chi vive senza calpestare i fiori degli altri per tutelare il proprio giardino dalle tempeste.

Lode a chi prima di prendere
ha l’istinto irrefrenabile di donare.

Lode a chi di fronte al lupo
non fugge come l’agnello,
ma resiste indomito a pararne i morsi.
Morirà fiero, come Ettore contro Achille.

Lode a chi protegge se stesso dagli altri e gli altri da se stesso quando si riconosce nocivo.

Lode a chi parla, non scrive.
Lode a chi citofona, non telefona.
Lode a chi difende, non accusa.
Lode a chi non cerca scuse, ma chiede scusa.

Lode a chi regala ancora dei fiori.
Lode a chi chiede, non pretende.
Lode a chi non insiste, ma legge negli occhi.
Lode a chi cerca con cura, non trova per caso.

Lode a chi domani,
gli occhi levati all’alba insieme al cuore,
da lontano scorgerà una nube e la trasformerà in sole.

Lode al coraggio.

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Racconti

Rallenta

“Ma perché, mi spieghi perché mi hai ferita?”
“Scusa, dici a me?”.
“Vedi qualcun altro qua intorno, scusa! Ci siamo solo io e te! Perdo sangue, hai intenzione di aiutarmi o anche tu vai di fretta come tutti ultimamente? Almeno riparate ai danni che commettete, maledizione!”
“Senti, capisco che tu sia nervosa, a tutti capitano le cattive giornate e sì, lo vedo anche io che stai sanguinando da una gamba, ma che posso fare, scusami… guardami: non ho le mani, come avrei potuto ferirti?”.
“Sempre a cercare scuse! Non fa niente, dai, capita, ma dimmi almeno come fare per arrivare al più vicino Pronto Soccorso!”.
“Non puoi! C’è una competizione di auto stamani in costiera, le strade son chiuse, conviene che torni verso casa tua!”.
“E tu come fai a sapere che non vivo qua? Ci siamo appena conosciuti!”.
“Nello stesso modo in cui ho potuto ferirti senza averne alcuna intenzione!”.

Poco convinta, risalgo in auto e sbatto la portiera. Sento un “Ahi”, ma ci presto poca attenzione, voglio arrivare presto: credo che la ferita richieda dei punti. In farmacia me lo confermano, e allora provo a raggiungere l’ospedale, ma lo sconosciuto aveva ragione: non è possibile. Allora tiro un sospiro, mi animo di coraggio e parto. Dovrebbe volerci all’incirca un’ora.

Arrivata in città, il medico del Pronto Soccorso bypassa i punti. È nervoso? Va di fretta anche lui? È una ferita da poco conto? Dal referto non pare, ma non pongo ulteriori domande. “Si strapperebbero, la pelle è troppo sottile”, mi bacchetta all’ultima, e desisto: d’altronde di mestiere non faccio la rubamestieri.
Torno a casa dolorante e cominciano dei giorni lunghi lunghi, in cui non so bene che fare con questo squarcio che sembra un’apertura in una galassia rossa. È domenica, che giorno da sfigati per farsi male, il giorno in cui anche il Signore riposa, il giorno di quelli che hanno i santi in Paradiso, il giorno… Ma dai, ho anche io i miei santi! Eccolo, il primo: Fabio, il chirurgo che non dorme mai.
“Una cura c’è”. “E allora perché fa così male?”.
“Lo capirai”, mi sembra che sussurri una voce: “Sappi attendere”.

Ora che ci penso, Fabio è solo il secondo, anzi no, il terzo, anzi no, il quarto santo di questa giornata! Ho visto i primi due tenermi compagnia al telefono a fasi alterne, in quelle curve che non finiscono mai. Il terzo raggiungere di corsa il Pronto Soccorso, quasi prima che arrivassi io. Ha in mano una pizzetta nel caso il mio codice verde dovesse diventare acromatico, e negli occhi un po’ di sana preoccupazione, che non diventa mai allarmismo. “Ok, un’altra. Niente paura, che vuoi che sia, abbiamo visto di peggio in questi ultimi anni!”.

Nei giorni si susseguono tanti santi: hanno le spoglie di una focaccia fatta con le proprie mani; quelle di un torroncino Strega o di mille contorni scelti con cura; si travestono di voci che ti fanno compagnia al telefono, di messaggi caldi in un inverno che stenta a diventare freddo; hanno la faccia del mio papà, felice come un bambino nel tornarsi a prendere cura di me. Hanno le sembianze di un telefono usato, che a me sembra il più nuovo tra i nuovi; di pacchi di medicine che non mi sono mai sembrate così curative; della connessione wifi che ha ridato la musica al mio fungo Sonos, che pareva essere diventato commestibile, privato delle note.

Hanno le fattezze di una donna piccola piccola, che fa con cura tutto quello che le dico mentre osserva scendere delle lacrime imprigionate: mette acqua, disinfetta, taglia, mi osserva senza mai dire una parola di troppo. C’è chi piange, si dispera, si lamenta, getta ingiurie: noi ci hanno rivestite col coraggio. Stringiamo strofinacci nelle labbra e canticchiamo tra i denti, soffrendo a nostro modo.
Non si parte a Capodanno: è arrivata l’ennesima tassa da pagare. Pazienza, coraggio!
La storia con Carlo non va, è agli sgoccioli. Pazienza, coraggio!
La mia ha superato anche gli sgoccioli. Pazienza, coraggio!

E poi si va: la ferita ora è pulita. A terra in bagno ci sono cadaveri di garze, bende, cerotti, saponi neutri, spugnette, cloredixina e acido ialuronico. La guerra è finita: abbiamo vinto noi. E mentre ripuliamo, io sto già pensando a cosa doverti preparare, donnina mia, perché tu sai, perché tu sei. Piccola piccola. Grande grande.
Mi guarda mentre smetto di zoppicare all’improvviso e mi avvio velocemente in cucina; so che mi vuole troppo bene per pensare che io sia Keyser Söze.
Spritziamo ingannando l’orticaria: che venga anche lei stasera, non ci sottometteremo di certo negandoci un piacere. Lo spritz è rosso, curerà anche l’anemia. Pazienza, coraggio!

È passata un’intera settimana e ancora non ho capito cosa voleva dire quello sconosciuto domenica scorsa. Oggi è lunedì e sto tornando a lavoro, sono felice, mi è sembrato di rivivere una parentesi Covid, quella che anche se la sciogli, l’equazione non si risolve mai.
Esco di corsa come sempre. Come sempre stracolma di libri, di pensieri per i ragazzi, dell’ombrello che stamani piove, degli spiccioli per il caffè.

“Allora non ci siamo spiegati proprio!”.
È quella stessa voce, la riconosco. “Ahi”, mi dice quando sbatto la portiera per ripartire.
“Scusa, ma che intendi? Ma chi ti conosce!”.
“Come sei stata questa settimana?”.
“Male, cioè… bene, cioè… male ma anche bene, non lo saprei dire con certezza. Ma tu chi sei?”.
“Visto che hai le idee confuse, ti dipano io la nebbia. Avevi bisogno di rallentare, ecco svelato il mistero. Non puoi fare tutto da sola, nessuno può. Per i primi giorni hai pensato che stessi perdendo tantissime cose, e invece le stavi ritrovando. Da quanto tempo non accendevi tante candele profumate per casa? Da quanto non ti concedevi il lusso di lavorare ai documenti di scuola, inframmezzandoli con una tisana, con un libro di poesie, con quella canzone di Allevi che ogni volta devi cercare perché non ricordi mai come si chiama?”.

“Tantissimo, non me lo ricordo più. E avevo perso, lo sai, l’abitudine di aiutare gli uccellini. Sì, aiutarli! A superare l’inverno. Quando ero piccola, mamma svuotava sul balcone le briciole e poi mi sgridava se arrivavo d’improvviso facendo baccano: gli uccellini infatti scappavano al più piccolo rumore e non tornavano più. Tutte queste sere ho mangiato smollicando il più possibile e ho sparpagliato le briciole sul balcone. Appena mi svegliavo, l’indomani, loro erano lì, ed io, silenziosissima, mi fermavo – sì, mi fermavo, che bella parola!- ad osservarli.

Era il mio momento di ricongiungimento al creato, il modo che mi ha lasciato lei per empatizzare con la natura, per fare del mio piccolo pezzo di mondo un piccolo pezzo migliore di mondo. Non lo facevo da un po’, hai ragione, torno sempre troppo stanca la sera. Ma aspetta un attimo, tu sei…”
“Sì, sono io, ti avevo detto che non ti avevo colpita di proposito quella mattina, io non ho mani. A ferirti invece sei stata proprio tu: mi hai tirata in maniera forte, distratta, maldestra, come tutte le persone che fanno le cose pensando già alla successiva. Senza amore, senza attenzione, senza cura. Io non ferisco le persone, loro sono già brave a farlo da sole, non hanno bisogno di una portiera.
Rallenta. Non aver bisogno di ferirti per farlo.
A più tardi”.

Grazie di cuore a tutti: questi giorni non sono ancora finiti e già mi sento stracolma di debiti, ma – mi risponderebbe qualcuno – l’amore è gratis. Grazie a lui, ancor di più.

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Pensieri

Presente

La presenza nella vita degli altri è un affare complicato. Soprattutto di quelli autonomi, per niente allarmisti, che dicono sempre: “Va tutto bene”. Quelli che arrossiscono, farfugliando poche parole confuse quando gli chiedono di sé.

La presenza non si prende in appello. Non è un urlo dato a prima mattina in risposta a uno stimolo. È esserci senza un richiamo, così, spontaneamente, anche nell’assenza. È stare seduti su quella sedia, anche se non ci siamo.

La presenza è roba difficile nei tempi odierni. Corriamo, andiamo più veloce del vento, e a volte ci incrociamo senza neanche osservare il viso di chi ci è di fronte. Ha dormito? È preoccupato? Avrà ricevuto una notizia dolorosa? Che sono quelle macchie sul viso ? Le aveva l’ultima volta che l’ho visto?

E invece no. Stiamo pensando alla carne da ritirare; a quale figlio dover andare a prendere; al ritardo che ci allungherà i tempi di uscita dall’ufficio; allo studio del medico di base che chiuderà a breve.

La presenza oggi è un miracolo. A casa tutti bene, posso andare a dormire sereno, il tetto ha tenuto. C’è tempesta fuori, come potrei accorgermi anche di cosa succede agli altri? Hai visto mai il corridore di una maratona che si ferma a soccorrere una farfalla con un’ala spezzata? O nella finale degli ATP il tennista avvertire il cinguettio soffocato di un uccellino? Noooooooo, siamo atleti, non c’è tempo. Dobbiamo vincere. Siamo i campioni della sfida tra quattro mura; i detentori della felicità microcosmica; i pluripremiati che mai premieranno. Non abbiamo tempo pure per te.

E quando ci sorprenderai, indignandoti per la prima volta sul serio per la nostra assenza, ci affanneremo a rispondere: ” Io? E che ho fatto?”. Beh, lì c’è il vero significato della parola distanza.

Fare attenzione è un diktat. Con un pennarello indelebile scrivete sull’involucro della vostra persona: “Fragile, maneggiare con cura” e andatevene a spasso, esibendolo. Intorno a voi, soli, pochissimi.

Sono quelli giusti, gli unici per cui ne valga la pena.

Presente.

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Racconti

Grottescamente carezze

Trascorriamo poco tempo insieme.

La vita a quaranta, cinquanta, richiede produttività, impegno, e noi produciamo e ci impegniamo. Tu produci dobloni ed emozioni insieme; io mi limito alle emozioni, con i dobloni non ci ho mai saputo fare. Spesso il nostro filo è mamma: mi piace ricordarla con te perché scopro sempre qualcosa che non sapevo o che avevo dimenticato.
Oggi siamo in giro per lei.

Anche al cimitero vigono le regole; se regnasse l’anarchia diventerebbe velocemente la Foresta Nera e tutti spingerebbero qualche bottone per avere la tomba in prima fila, come nel più gettonato dei lidi turistici. Noi alle regole crediamo e allora andiamo a comprare le piantine che, in un unico vaso, ridaranno decoro e omogeneità ai sepolcri. Il vivaio non è lontano, ma l’orcio che ci portiamo dietro sul motorino è enorme e ho la sensazione di stare dietro a un ubriaco: sbandiamo un pochino, e il pensiero vola a quel terriccio sotto la chiesa che in una mattina di tanti anni fa mi sorprese a culo a terra insieme a te. Là scoprii che pure tu potevi cadere.

Mi tengo forte mentre cerchi un asset difficile da sostenere e arriviamo al vivaio. Ma… dove sono le piante? È 9 novembre, perché già ci appaiono le renne luminose? Aiuto! I bambini ci circondano, mentre noi, accecate dalle luci di Las Vegas, corriamo a cercare le creature verdi. “Sono state spostate di là”, dice un commesso dall’aria gentile con la pettorina “Green Village”, mentre mandrie affamate divorano tranci di pizze innaffiate da fiumi di coca-cola.

Siamo felici di vedere che la direzione indicata è lontana dalla folla, ma le piante sono sfortunatamente al buio e le scegliamo con la torcia dei nostri telefoni, sicure che alla luce saranno esattamente il contrario di ciò che avevamo intenzione di scegliere. Due ragazze sorridono a queste nostre consapevolezze espresse ad alta voce e tutte e quattro esplodiamo in una sonora risata. Alla luce le piante sono belle, invece. A mamma piaceranno, avrà riso della nostra tenacia, della mancanza di esitazione, del problem solving spiccato e mantenuto anche nelle situazioni più grottesche.

A casa il vaso si palesa per le sue misure sproporzionate e occorre comprare ancora chili di terreno. Pesa un accidenti nella salita verso il regno della bella morte, ma non ci lasciamo cogliere impreparate: a cosa serve aver traslocato tante volte, se non si è imparato ad aver sempre a portata di mano una busta gigante Ikea?

Come due equilibristi arriviamo in cima. C’è poco spazio per una preghiera; ci stavano aspettando e non ci si sottrae a chi ha cura della persona più importante della tua vita, anche se non c’è più: sarebbe un anatema. Sembra tuttavia che non ne abbiamo indovinata una stamattina e, nonostante ci sia il sole, piovono critiche da ogni dove; niente paura, abbiamo gli ombrelli adeguati: il nostro inscalfibile buonumore.

A completare il quadretto pirandelliano, si avvicina un tizio; chiede chi sia quella donna davanti alla cui fotografia sono inginocchiata. Mamma! Ma tu lo sapevi che esistono “i guardoni da cimitero”? Noi no.

È tardi, fuggiamo, inizia la Messa. Un po’ di sana e quieta meditazione ci attenderà la prossima volta. Forse. Mamma non ci ha insegnato bene a dire di no; d’altronde lei stessa non lo sapeva fare, come avrebbe potuto insegnarlo a noi? L’incapacità di pronunciare questo monosillabo ci vede protagoniste, di lì a poco, in un happening post-messa tra vecchine, caffè e paste di mandorla. Siamo in leggero imbarazzo e le nostre vesciche stracolme reclamano un orinatoio, ma non osiamo chiederlo. Eppure dovremmo avere pochi liquidi in corpo: ne abbiamo appena versati una quantità infinita, in forma di lacrime, nell’ascoltare un’omelia che sembrava essere pronunciata da Gesù in persona.

Ogni volta che ascolto questo prete penso che vorrei clonarlo, portarlo a spasso con me attraverso le strade della mia aggressiva città, ed interrogarlo come un oracolo su tutte le domande a cui non so rispondere. Cioè, sempre. Me lo immagino, bellissimo com’è, con questo suo sorriso rassicurante che esibisce senza sfoggio anche sull’altare, diventare liquido, come una camomilla, e dirmi di berlo, tanto non c’è assolutamente niente di cui preoccuparsi. Tutto è funzione di qualcos’altro, basta saper attendere che cambi forma.

E mentre ti aspetto che torni dall’Eucaristia, che per la mia pigrizia e non per i miei peccati -almeno spero- non posso condividere con te, scopro che anche da adulti si possono desiderare le coccole. L’idea che sia più naturale farle che riceverle dopo una certa età, mi appare allora per quello che è: un regalo alle convenzioni, al tempo che scorre, ai ruoli disegnati e designati dalla società. In altre parole, una sfacciata bugia.

Provo ad intonare una canzone di cui ho imparato le parole da bambina, ma che mi disorienta ogni volta cambiando la melodia, e tu, che invece le conosci tutte, cantando cantando, con nonchalance mi riempi la testa di carezze. Mi sento un bambino che ha appena finito da solo tutti i compiti o un cane che ha riportato con maestria la pantofola, ma sono stata in silenzio e immobile, non so perché le sto ricevendo.

E in quell’istante capisco: alcune persone passano attraverso di noi, come Whoopi Goldberg in “Ghost” e trovano i gesti più adatti per farci sentire al sicuro. A volte sono carezze. Altre volte è un frigo al ritorno da lavoro pieno di pietanze pronte, che non abbiamo cucinato noi. Si passa anche attraverso i muri per amore, proprio come Whoopi.

L’autostrada scorre veloce e noi sbocconcelliamo una brioche di cui ci affanneremo senza successo a far sparire tutte le tracce. Francy ci scoprirà subito.
Mi tornano in mente quei sedili posteriori su cui ho svolto decine di temi al ritorno dalle vacanze anche per te, che avevi sempre un mal di stomaco e di curve invalidante.

Lo sapevo che mentivi, sorella, te lo dico ora. Mi facevo ingannare perché sottraendoti mi stavi insegnando a scrivere. L’unica cosa che mi calma quando il pavimento vacilla.

Ah, non è l’unica: l’altra sono le tue carezze inaspettate, l’ho scoperto oggi.


Ti voglio bene.

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Pensieri

Stress

Amo profondamente tutte le persone e le cose che fanno parte della mia vita: le ho scelte.


Amo la mia famiglia. Tutti quelli che ci sono e soprattutto quella che non c’è più: mi sta vicino sempre col pensiero e col cuore, qualsiasi cosa mi accada. Per me c’è ancora, la sento.


Amo i miei alunni, uno per uno. Qualcuno mette e ha messo a dura prova la mia pazienza e la mia perseveranza, ma – se ci penso bene – sono quelli che amo e ricordo di più.


Amo tutte le madri dei miei ragazzi. Mi pongono a confronto con la madre che non sono stata, con quella che avrei potuto essere e con quella che ogni giorno provo a diventare con la fantasia.


Amo le mie sorelle: la vita me ne ha regalate cinque. Ognuna di loro mi ricorda che il sangue, quello vero e quello “trasfuso”, non smette mai di scorrere: rosso, fosforescente, vivo, generoso e zampillante, anche senza ferite.

Amo il mio lavoro: mi ricorda che l’ho scelto perché mi consente di divenire uno strumento per migliorare la società. Non avrei avuto nessun significato come essere umano se ne avessi scelto un altro.


Amo gli uomini che ho avuto e che ho. Qualcuno la sorte me lo ha donato senza meritarlo e a qualcun altro sono stata donata senza che mi meritasse, eppure tutti mi hanno insegnato qualcosa, e non ce n’è stato nessuno nelle cui braccia, anche solo per un attimo, non mi sia sentita al sicuro.


Amo i miei reni, pure se non funzionano bene: mi ricordano quei puzzle che da bambina non riuscivo a finire. Prima o poi arrivava il guizzo e la figura prendeva forma: reale, concreta, armonica, come un organismo perfettamente funzionante.


Amo i miei amici: quelli a cui confido tutti i miei pensieri e quelli a cui ne racconto pochissimi, a volte senza parlare. All’improvviso, di nascosto, non richiesto, arriva un caffè, un file o un sorriso che vuol dire solo: ti voglio bene.


Amo lo sport e le persone che mi insegnano a praticarlo. Qualcuno di loro lo sa già, qualcun altro deve ancora scoprirlo. Tutti mi hanno lasciato un movimento, una voce o una canzone che, ripensati, mi trasmettono vitalità.

Ogni singola cosa nella vita di qualcuno di noi è fonte di stress.
A volte è sotterraneo, altre volte si manifesta; in ogni caso serve a ricordarci che avvertiamo le cose in maniera profonda, che le ascoltiamo in maniera profonda, che le viviamo in maniera profonda, e che se fossimo superficiali non piaceremmo alle persone che siamo voluti diventare, e forse neanche a quelle che ci amano.


Voglio amare perciò anche lo stress. È il mio sforzo, il mio modo di stare al mondo, il mio tentativo di fare tutto al massimo delle mie possibilità, la mia insaziabile ricerca di essere la versione migliore di me.
Se ci sono riuscita o ci riesco anche in minima parte, non devo augurarmi che se ne vada, non devo chiedergli di scivolare via, ma piuttosto di restarmi appiccicato come un’ombra: ne imparerò a colorare i contorni affinché non mi appaia mai vestito di nero.

Prima o poi anche lui mi sorriderà.

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Pensieri

Sono quello bravo

Sono quello bravo.

Quello che non ha niente da fare e lavora anche per te

perché tu sei troppo impegnato.

Sono quello bravo.

Quello che si rende disponibile quando non tocca a lui,

perché tra le tue mani ci sono le sorti dell’umanità.

Sono quello bravo.

Quello che aspetta in un angolo che trovi un momento per lui,

perché tu hai mille figli, mille coniugi, mille padri, mille madri a cui badare.

Sono quello bravo.

Quello che è figlio unico, single, senza problemi, senza prole,

insensibile ai mali del mondo e ciononostante sempre in prima fila a risolvere problemi, i suoi e quelli degli altri.

Sono quello bravo.

Quello che sulla carta lavora mezza giornata, quello che si aggiorna,

quello che ha problemi di salute ma li tiene per sé,

perché tu sei più stressato e più malato di lui.

Sono quello bravo.

Quello che passa sulle offese serpeggianti, quello che fa finta di non vedere, quello che si lascia apparentemente gabbare,

perché ci sei già tu a lamentarti al posto suo, e a scatenare polemiche per ogni inezia.

Sono quello bravo.

Quello con i nervi che riemergono in sembianze strane perché alle rotonde gli piace rispettare le regole di precedenza; 

tu invece le ignori: hai delle priorità più importanti di quelle dettate dal Codice della strada.

Sono quello bravo.

Quello che non sa dire di no,

mentre tu, piroettando, ti sottrai a qualsiasi affare non riguardi squisitamente il tuo microcosmo.

Sono quello bravo.

Quello che ti cede il posto alla cassa, abbozzando un sorriso.

Che sbadato, non hai notato la fila: hai un appuntamento improrogabile.

Sono quello bravo.

Quello che non si sa difendere, quello vulnerabile, quello senza corazza,

perché tu gli hai rubato la tuta mimetica, la pistola e finanche l’elmetto.

Sono quello bravo.

Quello che in silenzio cerca di esaudire anche i tuoi desideri, mentre tu sei impegnato a sventolare placidamente la tua bacchetta magica.

Sono quello bravo che si è stufato di essere quello bravo.

ANCHE SOLO PER UN GIORNO,

DIVENTA L’ALTRO.

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Pensieri

Intermittenze

Scompari e riappari.

Riappari e scompari.

Raccontami ancora una storia, la stessa di sempre che ogni volta sembra diversa.

Strizzami l’occhio in quella maniera che mi strizza anche il cuore.

Perdonami se non riesco a venirti a cercare in quegli anfratti troppo bui,

ma apprezzami tutte le volte che la spelonca si apre e sono lì fuori ad attenderti.

Dispensami consigli: ne ho ancora bisogno.

Non mi lasciare a secco di ramanzine: mi servono per capire che non sono grande abbastanza.

Abbi il coraggio che manca a me quando traballo.

Resisti alla vita quando si improvvisa schiaccianoci.

Mostrami il mondo animale, che nessuno lo conosce meglio di te.

E quello delle piante, che muoiono non appena scompari per andare non so dove.

Abbracciami quando penso che nessun uomo lo abbia mai fatto davvero bene.

E bevi, quando hai sete, alla fonte della famiglia, che tanto quella non si prosciuga mai.

Non trascurare il potere che hai sui tuoi cari, anche quando pensi di non averne più nessuno.

Raccomandami di non correre e di non fare imprudenze: me lo ricorderò quando non ne potrò più di stare al volante.

Dai luce fissa alle intermittenze.

Sii mio padre, perché non potrò mai stancarmi di avere bisogno di te.